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L’olio che non c’è: l’anno nero della produzione italiana

L’olio italiano ha vissuto un 2018 tormentato. Le condizioni climatiche avverse hanno determinato un significativo calo della produzione. Secondo le stime dell’Ismea, l’istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare, rispetto al 2017, l’anno corrente fa segnare – 38%: 428.000 tonnellate di olio a 260.000. Ma il maltempo che negli ultimi due mesi ha colpito l’Italia potrebbe rendere ancora più drammatico questo dato, ritoccandolo fino al 50%.

A parziale giustificazione c’è un calo fisiologico dovuto a una resa straordinaria degli ulivi nello scorso anno. Gli alberi, cioè, hanno bisogno di rifiatare.

Quello attuale è il secondo duro colpo ricevuto dal settore nel giro di poco tempo: già nel 2016, infatti, la produzione era stata disastrosa con sole 182.000 tonnellate di oro giallo.

Gran parte delle colpe sono da attribuire alle basse temperature. Le gelate, che scendono anche a -15, hanno provocato il congelamento di una grande quantità di piante, che impiegheranno tre anni per tornare allo splendore perduto. La situazione è grave soprattutto in Puglia, dalla quale proviene circa il 50% dell’olio nostrano.

La conseguenza è semplice: meno ce n’è, più è costoso. Aumenta quindi la forbice di prezzo con l’extravergine targato Tunisia, Grecia e soprattutto Spagna, il maggiore produttore mondiale con un milione mezzo di tonnellate annue. Cresce anche il divario con le produzioni in blend, ossia di quegli oli frutto di un mix di extravergine di Paesi diversi.

Certo, la varietà italiana è insuperabile: ad oggi sono state individuate 540 tipologie contro le sole 16 iberiche. Tuttavia la qualità della materia prima rischia di essere messa in secondo piano a causa della scarsa produzione e delle trafile burocratiche, che pure incidono su tempi e costi di realizzazione.

La cura è aumentare la produttività rimettendo in sesto oliveti già esistenti, ma abbandonati, e piantarne di nuovi. E magari sperare che il governo mostri maggiore interesse per la tutela e la valorizzazione di una eccellenza italiana.

 

 

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